mercoledì 3 dicembre 2014

Siria: intervista al Gran Muftì e al vice-ministro degli affari esteri

10341492_824506747601682_5838479825847400416_nDamasco, 2 dic – Durante la missione solidale in Siria le delegazioni di Solidarité Identités e del Fronte Europeo per la Siria hanno incontrato due personalità importanti nella Repubblica araba: il Gran Muftì Ahmad Badreddin Hassoun, che rappresenta la più alta carica religiosa dei sunniti in Siria e il vice-ministro degli affari esteri e degli emigrati Ayman Susan.
A loro rivolgiamo le nostre domande:
Primato Nazionale – Premesso che il conflitto in Siria non è una guerra di religione, pretesto dietro il quale si celano ben altri interessi. Cosa possono fare i rappresentanti religiosi per combattere il terrorismo e fermare questa guerra?
Gran Muftì di Siria, Ahmad Badreddin Hassoun – In un primo momento gli uomini religiosi insieme al popolo hanno ribadito il loro dissenso. Dopo l’inizio del conflitto si sono impegnati nell’accogliere la gente in fuga dalle zone colpite dalla guerra, senza distinzioni chiese e moschee sono diventate luoghi di accoglienza. In questo momento difficile il popolo siriano si è rafforzato, il legame tra siriani mussulmani, cristiani, laici e atei è ancora più forte.
La guerra è iniziata in Afghanistan e non tre anni fa, proprio quando è iniziata la lotta tra Usa e Urss che hanno usato il popolo afghano per i loro interessi. Questa guerra è stata iniziata per causa delle ricchezze di queste terre, come l’uranio e il petrolio, e non ha niente a che vedere con l’uomo.
Noi dal primo momento abbiamo combattuto il terrorismo rappresentato da Osama Bin Laden, un amico del governo statunitense fino all’11 settembre, e i talebani che sono un prodotto Usa.
E’ stato coinvolto in questa guerra anche il Libano, hanno tentato di dividerlo in quattro stati: maronita, sciita, sunnita e druso. Dopo il nostro intervento il Libano è rimasto un paese unito. Quando invece il conflitto si è allargato anche all’Iraq, gli Usa chiesero di partecipare alla guerra ma il nostro presidente rifiutò la loro proposta e rispose che “le guerre non liberano i popoli, ciò che libera i popoli sono la pace e la prosperità”. Dopo aver assassinato Saddam Hussein l’Iraq è divenuto una polveriera.
La Siria è contro le guerre da 30 anni a questa parte e proprio per questo l’hanno coinvolta, infatti, ciò che sta accadendo è stato scatenato dall’estero e non da divisioni all’interno del popolo siriano. Tuttora il popolo siriano è unito e vive in solo stato, non ci sono distinzioni religiose o etniche. Può darsi che questa crisi si possa prolungare più del dovuto, ma questo ci da gli anticorpi e la forza per poter combattere il terrorismo.
PN – Da uomo di pace come commenta l’assegnazione del Nobel al presidente degli Usa, Barack Obama?
GM – Il popolo americano quando ha eletto Obama presidente non ha guardato al colore della pelle e non si è fatto influenzare dal credo religioso di suo padre. Ciò che ha determinato la sua elezione sono state le sue parole di pace e la promessa di voler chiudere Guantanamo.
Mi rattrista però che Obama non abbia mantenuto le sue promesse, non si sia dimostrato degno di rappresentare il suo popolo e non abbia rispettato la volontà del popolo siriano. Se dovessero accadere delle rivolte o delle rivoluzioni nel mondo, queste dovrebbero abbattere il potere della regina d’Inghilterra perché ha colonizzato molti popoli salvo poi lasciarli in condizioni di estrema povertà.
Negli Usa il popolo dovrebbe ribellarsi allo strapotere del partito repubblicano e del partito democratico, perché i deputati e senatori di questi partiti hanno alle loro spalle le multinazionali, ad esempio del  petrolio e delle armi, che non operano per il bene della loro nazione. In Europa e nel resto del mondo i governi cadono e poi si scopre che fossero corrotti, non nascondiamo il fatto che anche noi abbiamo questi problemi, non siamo un’isola felice.
Tornando ad Obama, lui non è il problema perché è semplicemente un impiegato delle multinazionali. In Siria paghiamo a caro prezzo l’intransigenza del nostro presidente Bashar Al-Assad, perché non si è piegato al volere di queste multinazionali.
Se il premio Nobel per la pace dovesse rispecchiare la realtà dei fatti, sicuramente l’avrebbero dovuto assegnare al presidente Bashar Al-Assad, perché ha rifiutato di entrare in guerra contro l’Iraq, ha fatto tornare la pace in Libano e da tre anni e mezzo combatte il terrorismo. Ben 40 paesi si sono uniti ora nella lotta al terrorismo mentre la Siria lo combatte da tempo, se questi paesi avessero collaborato con noi sin dall’inizio i gruppi terroristici sarebbero caduti in meno di cinque mesi in Siria e in tutta Europa.
PN – I ribelli hanno assassinato suo figlio poco tempo fa e lei è riuscito a perdonarli. Crede che il popolo siriano riuscirà a perdonare i signori della guerra?
GM – Il popolo siriano è un popolo pacifico. I siriani hanno imparato dal Cristo ad amare il suo nemico e l’insegnamento del Profeta, ovvero non diventerete fedeli finchè non vi amerete l’uno con l’altro.
In tre anni il presidente Bashar Al-Assad  ha concesso tre amnistie per perdonare coloro che hanno tradito la propria nazione.
Visita nella “Farnesina” siriana
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Primato Nazionale – Il vice-presidente del parlamento siriano ha affermato in maniera entusiastica che la Siria sta per vincere il terrorismo, vorrei sapere qual è il vostro pensiero a riguardo.
Vice-ministro degli affari esteri e degli emigrati, Ayman Susan – Questo entusiasmo rispecchia la volontà e la determinazione dei siriani nel combattere e distruggere i complotti e i gruppi armati di terroristi. Questo entusiasmo lo vedrete negli occchi di ogni siriano per una sola ragione, perché non abbiamo altra scelta se non difendere la nostra patria. La volontà di intraprendere questo cammino ci rende ottimisti e sicuri della vittoria.
Quello che sta facendo il nostro valoroso esercito, attraverso i sacrifici resi alla nazione, esprime appieno questa volontà e questa determinazione.
PN – Com’erano le relazioni tra Siria e Italia prima dello scoppio del conflitto?
VME -  C’erano dei rapporti molto speciali tra Siria e Italia prima della crisi e lo testimoniava la visita in Siria del presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano nel 2010.
L’Italia era il nostro primo partner commerciale all’interno della comunità europea, numerosi erano gli scambi di visite ufficiali.
L’Unione Europea potrebbe essere un abile giocatore nella scena internazionale proprio grazie alle forze che la compongono, purtoppo la politica europea viene relegata ai margini perché si è limitata a pagare i debiti creati da altri. Gli Usa hanno le loro filiali all’interno della comunità europea e se ne servono per orientare le scelte della politica europea.
Ieri c’erano Tony Blair e Nicolas Sarkozy mentre oggi ci sono François Hollande e David Cameron, ben poco è  cambiato. L’Europa merita una posizione migliore rispetto a quella attuale.
Credo che l’Europa debba stare sempre dalla parte giusta della storia, perché la posizione che ha preso nei confronti della Siria è ingiusta e in contrasto con i principi europei, ciò non rende onore all’Europa.
PN – Che ruolo hanno svolto la Turchia e la Giordania nella crisi siriana?
VME – Uno dei motivi più rilevanti che hanno portato alla crisi e al suo successivo prolungamento è stato la presa di posizione degli stati confinanti che hanno coperto le manovre dei gruppi terroristici nei loro territori. Questi stati li hanno addestrati, armati, finanziati e coperto la loro entrata in Siria. Ci sono due stati che hanno avuto un ruolo molto negativo durante il conflitto, la Turchia e la Giordania.
La Giordania gioca il suo naturale ruolo all’interno della storia, non ci sorprendiamo delle scelte prese da parte del suo governo.
Per quanto riguarda la Turchia, il suo governo e il partito Giustizia e sviluppo, che si ispira alla stessa ideologia dei gruppi terroristici salafiti, hanno buttato benzina sul fuoco. Il nuovo sultano Erdogan crede di poter riportare in auge la gloria dell’impero ottomano. Di norma quando un vicino viene colpito da una crisi si dovrebbe soccorrerlo e aiutarlo a superarla, ma non è estato così. Quindi non è esagerato affermare che sulla Turchia pesa la responsabilità di ogni singola goccia di sangue versata in Siria.
La politica distruttiva del governo turco non rappresenta un pericolo solo per la Siria ma per tutta la stabilità della regione, sicuramente la Turchia ne subirà le conseguenze.
Quando parlo di una nazione mi riferisco al governo e non al suo popolo.
Il popolo turco è un popolo amico, i nostri buoni rapporti sono storici e molti turchi sono contrari alla politica adottata dal proprio governo in Siria perché conoscono bene i pericoli che potrebbero sorgere supportando questa politica aggressiva.
Erdogan non ha mantenuto le promesse e oggi parla di zone cuscinetto. Erdogan è un gran bugiardo, il governo turco ha buoni rapporti con l’Isis. Non sono accuse campate in aria ma verità documentate, la più grande testimonianza è stata la cattura e poi la liberazione dei membri del consolato turco da parte dell’Isis. Nessun prigioniero dell’Isis finora è rimasto con la testa ben salda sul collo. La Turchia pagherà caro queste scelte perché il terrorismo le si ritorcerà contro.
La Giordania gioca lo stesso ruolo, gli aerei giordani entrano in Israele trasportando i terroristi feriti. L’opinione pubblica giordana è contro il proprio governo, perché il popolo giordano ha subito in parte le conseguenze della crisi siriana.
La Siria forniva l’acqua potabile ai giordani riducendo le proprie forniture, nonostante tutto quello che abbiamo dato al regime giordano, loro supportano i terroristi. Lascio a voi le conclusioni.
PN – Che rapporti intrattenete con il governo iracheno?
VME –  Noi e l’Iraq stiamo subendo lo stesso tipo di aggressione, l’Isis e gli altri gruppi terroristici sono presenti sia in Siria che in Iraq. C’è una naturale collaborazione tra i nostri governi.
PN – L’Isis potrebbe essere un buon pretesto per un attacco all’integrità territoriale siriana da parte degli Usa?
VME – Gli Usa hanno dichiarato di non aver intenzione di voler colpire solo l’Isis, anche  il loro rappresentante all’Onu ha informato il nostro in questo senso.
John Kerry stesso ha inviato un messaggio con lo stesso contenuto al nostro ministro degli esteri. Ovviamente noi non abbiamo fiducia in loro, la nostra strategia è chiara perché siamo pronti a collaborare sotto l’egida dell’Onu contro il terrorismo però la premessa dev’essere il rispetto della nostra sovranità nazionale e delle risoluzioni dell’Onu. Rispetto della sovranità nazionale significa cooperazione con il governo siriano, tutto ciò che è contrario a questo principio verrà considerato come un’aggressione

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