venerdì 14 novembre 2014

C’E’ SOLO VITTORIA O MARTIRIO. IL BREVIARIO DEI COMBATTENTI DI ASSAD

“C’è solo vittoria o martirio”. Il concetto chiave della resistenza siriana viene telegraficamente espresso tra le corsie di un ospedale militare. Quello dedicato al neurochirurgo Mahmud Shadi, ucciso negli anni Ottanta dalla Fratellanza Islamica. Ci troviamo a Tartus, cittadina sul mare a circa 100 km dal porto di Latakia. Davanti a noi, costretto da un intrigo di bendaggi e tutori metallici, c’è un maggiore quarantenne dell’Esercito Arabo Siriano. “Un colpo di mortaio mi ha ferito mentre combattevo a Latakia”, racconta il maggiore, lasciandoci il tempo di realizzare che le condizioni in cui versa sono quasi disperate. Come lui, interminabili altri feriti giacciono ricoverati nelle stanze affianco. Alcuni si rimetteranno in piedi e torneranno – come promesso – a combattere, altri no. Tra questi ultimi c’è la lunga schiera dei mutilati di guerra, quelli che hanno perso una gamba, oppure un occhio, diventando così inabili alle mansioni operative.
Loro li incontriamo la sera della festa cittadina, l’evento ufficiale al quale presenziano anche autorità del calibro di Walid Al Muhalemed, ministro degli Affari Religiosi, e Nizar Moussa, governatore della città di Tartus. Si tratta di un ricevimento nuziale, il ricevimento di nozze di diciassette spose siriane e i loro rispettivi compagni. Questi ultimi sono tutti ufficiali dell’Esercito Arabo Siriano, rimasti più o meno gravemente feriti al fronte. La cerimonia, che s’apre con la sfilata delle coppie, presto si anima. Nella sala ricevimenti della città nessuno rinuncia alle danze, persino quelli che per ballare sono costretti ad aiutarsi con le stampelle. In aria si leva una girandola di sciarpe tricolori fregiate da stelle verdi. La tricromia nazionale viene richiamata ovunque: sugli inserti degli abiti delle spose, sulle coccarde appuntate alle giacche eleganti degli invitati e persino a decorare la glassa della grande torta nuziale. La torta, come da tradizione, verrà tagliata con la Dhū l-fiqār, la spada sacra che l’Imam Ali ebbe in dono da Maometto. Questa spada biforcuta è l’arma simbolo della tradizione islamica, della Siria di Assad e degli alawiti, della Siria che schiera i suoi figli a difesa della patria. Quelli che tra questi non fanno ritorno sono detti “i martiri” e Tartus, in tale campo, detiene un funesto primato.
Questa località ha pagato il prezzo più salato della guerra, quello del maggior sacrificio di vite dall’inizio del conflitto ad oggi. Il ventenne Taleb Al Shauqra, caduto nei sobborghi di Damasco per mano dei terroristi del Fronte al-Nuṣra, è un martire. Per le strade del suo quartiere si tiene la sua veglia funebre: agli uomini spetta il posto nella grande tenda da campo allestita nella via, mentre per le donne il rito si svolge nel raccoglimento domestico. “In questo momento di profondo pericolo per la nostra patria i nostri giovani versano il loro sangue per difenderla, per noi i caduti sono più importanti dei santi”, spiega il padre di Taleb. Questi giovani sono cari alla patria e non solo, anche agli Dei, al punto da occupare un posto importante nella scala gerarchica celeste. Le parole del padre di Taleb ci riportano alla mente un’altra testimonianza, quella riferitaci a Damasco da Kinda Al Shamat, ministro degli Affari Sociali. “Se avessi fatto altri figli avrei mandato anche loro a difendere la patria”: è quanto il ministro racconta d’aver udito da una madre siriana a cui la guerra ha strappato cinque figli. Ma le parole più eloquenti sono quelle che non fanno rumore. Quelle dei muri chilometrici dove le raffigurazioni dei militari uccisi sovraffollano ogni centimetro di superficie, persino le vetrine dei negozi esibiscono con orgoglio quei visi barbuti. Tutte barbe scure, di rado si ha occasione di vederne qualcuna che ha avuto il tempo di farsi grigia.

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